Marzo 29, 2018 saraCN

Privacy: Facebook nella bufera per un semplice quiz

Negli ultimi giorni è esploso lo scandalo che vede come protagonisti due grandi colossi della comunicazione e del marketing online: Facebook e l’agenzia Cambridge Analytica.
Grazie all’inchiesta del Guardian e alle dichiarazioni del whistleblower Christopher Wylie, ex dipendente della Cambridge Analytica, è emerso che la società ha usato in modo scorretto una grande quantità di dati personali di milioni di utenti del social network. La vicenda ha ottenuto molta risonanza poiché mette in evidenza i vari problemi relativi alla gestione della privacy da parte di Facebook e soprattutto perché la Cambridge Analytica è stata coinvolta nella campagna elettorale di Donald Trump del 2016.

 

Di cosa si occupa la Cambridge Analitica e come ha collaborato con Trump?
L’azienda britannica fondata nel 2013 da Robert Mercer, si occupa di raccogliere grandi quantità di dati dai social network per creare dei profili psicometrici degli utenti ed indirizzare nel modo più efficiente possibile campagne elettorali o operazioni di marketing. Tramite i “mi piace”, le pagine che seguiamo, i commenti e le ricerche che effettuiamo sui social lasciamo di noi numerose tracce che permettono a queste società, grazie ad elaborati algoritmi, di sviluppare un sistema di microtargeting comportamentale. In termini meno specifici significa che riescono a creare dei messaggi pubblicitari e propagandistici molto personalizzati che fanno leva su gusti, preferenze ed emozioni di ogni singola persona.
Nel 2016 Donald Trump si affidò a questa organizzazione per raccogliere numerose informazioni per la realizzazione della sua campagna elettorale che riscosse un enorme successo in quanto altamente ottimizzata e targetizzata.

 

L’uso improprio dei dati
L’accusa è che l’azienda abbia raccolto la mole di dati al di fuori della consapevolezza degli utenti sfruttando l’applicazione “thisisyourdigitallife”, sviluppata nel 2014 da Aleksandr Kogan. Questa app scaricata da 270mila persone, apparentemente non legata alla politica, si presentava come uno strumento di raccolta dati a fini accademici. Essa si proponeva tramite un gioco di indovinare alcuni aspetti della personalità dell’utente, in realtà acquisiva dal profilo Facebook moltissime informazioni sia sul singolo che sui suoi amici. Con questo meccanismo è riuscita ad accumulare i dati di circa 50 milioni di utenti. Questa pratica al tempo era perfettamente in linea con le condizioni d’uso di Facebook, le quali consentivano che anche gli amici venissero raggiunti senza che essi ne fossero a conoscenza. Il problema è nato quando Kogan ha ceduto illecitamente i dati raccolti alla Cambridge Analytica, andando contro le norme del social network che vietano la diffusione di essi a terze parti.

 

Le responsabilità di Facebook
Sono emerse due versioni della vicenda, la prima sostiene che l’azienda di Zuckerberg già nel 2015 fosse a conoscenza di un utilizzo illegittimo dei dati dei propri utenti e avesse richiesto la loro cancellazione. Nonostante ciò copie di essi erano ancora disponibili e ormai fuori controllo. La seconda si basa sulla dichiarazione di Wylie al Guardian, il quale sostiene che Facebook fosse sì al corrente del problema ma che fu la Cambridge Analytica stessa ad autodenunciarsi circa due anni fa, dichiarando di aver già disposto la distruzione di quei dati dei quali aveva “scoperto” di essere in possesso. Se questo fosse vero come mai Facebook ha deciso solo adesso, contemporaneamente alla pubblicazione degli articoli sulla vicenda, di sospendere l’azienda?

 

A prescindere dalle due versioni la responsabilità del social è di non permettere ai propri utenti di sapere con chiarezza e trasparenza l’uso che viene fatto dei loro dati. Facebook era infatti perfettamente a conoscenza dell’avvenuto ma non ha comunicato pubblicamente ai diretti interessati la violazione subita; questa questione apre molti scenari di discussione sulla necessità di politiche più chiare, facilmente comprensibili e reperibili per gli utenti, per metterli a conoscenza di quali informazioni stanno fornendo e come potrebbero esser utilizzate.

 

Il nostro punto di vista:
Abbiamo cercato di riassumere brevemente la vicenda nelle sue fasi iniziali ma le conseguenze e le implicazioni sono molto più vaste. Per quanto ci riguarda, pur condannando l’accaduto, ci dissociamo dall’idea che sia necessario eliminare completamente l’uso del social network. Esso rimane infatti uno strumento dal potenziale enorme, se correttamente sfruttato. L’accaduto deve esser la svolta definitiva per regolamentare una volta per tutte in modo adeguato la gestione della privacy degli utenti al fine di rendere Facebook un ambiente in cui si può comunicare in modo efficiente senza violare i diritti di nessuno.
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