Giugno 14, 2018 saraCN

L’evoluzione della pubblicità

La pubblicità ha origini antiche, inizialmente, usata per scopi di propaganda politica o per lo sviluppo delle prime attività commerciali.
è con l’avvento della stampa che iniziano a comparire i primi volantini usati per reclamizzare prodotti o attività.
Nel 1963 i giornali mostrano le prime semplici inserzioni che richiamano solo il nome del prodotto.
Ci vollero anni prima che si arrivasse a una vera e propria pubblicità come la intendiamo ora, inizialmente i messaggi pubblicitari non venivano neanche trasmessi via radio per non entrare nello spazio privato che erano le case dei consumatori.
È con la crescita economica e di conseguenza la maggior presenza di merci che inizia a imporsi un vero e proprio modello pubblicitario. 
Inizialmente erano semplici testi corredati da immagini con un impatto prevalentemente visivo e l’uso di verbi all’imperativo: erano veri e propri manifesti pubblicitari.
In Italia però nel dopo guerra si sviluppa anche una forma di pubblicità televisiva, creativa e divertente ma soprattutto unica al mondo: “Carosello”: un insieme di sketch e messaggi pubblicitari atti ad aggirare la legge che vietava la trasmissione di pubblicità all’interno di spettacoli televisivi. 
Alla creazione di questi spot, che dovevano rispettare canoni ben precisi 100 secondi di mini spettacoli e 35 secondi di spot pubblicitario, parteciparono grandi registi come Olmi, Leone, Fellini e Pasolini ma anche molti attori Gassman, Totò, Sordi.

 

 

Il format fu trasmesso per circa vent’anni fino al 1977 e fu probabilmente interrotto poiché il mondo della pubblicità si stava evolvendo divenendo sempre più dinamico e moderno; inoltre i limiti di tempi imposti ai produttori per sponsorizzare i loro prodotti e la voce dei marchi minori che non potevano permettersi i costi di Carosello avevano iniziato a mostrare insofferenza.
La nascita delle TV private che portarono una vera e propria rivoluzione nel mondo delle pubblicità facendo di fatto cessare il Monopolio della RAI come unica TV fecero il resto e Carosello chiuse i battenti.
 
La pubblicità inizia quindi a usare l’Unique Selling Proposition (USP): ogni campagna deve avere un solo beneficio per il consumatore che la concorrenza non offre o non può offrire; le aziende non hanno più solo il bisogno di far conoscere il loro prodotto ma di far si che il consumatore lo preferisca agli altri.
Negli anni ’80 le pubblicità mirano a storie semplici ma con una continuazione nel tempo, come se fossero delle mini saghe, spesso giocando sui buoni sentimenti e sull’attaccamento alla famiglia.

Assistiamo anche a quella che può essere definita una rivoluzione sessuale perché per la prima volta compaiono pubblicità di abbigliamento di intimo maschile e campagne sexi al femminile dove il corpo diventa protagonista facendo passare in secondo piano l’oggetto da pubblicizzare.
Dopo quello che può essere definito il boom pubblicitario tra la fine degli anni ’80’ e l’inizio degli anni ’90 con il progressivo diminuire del potere d’acquisto da parte del consumatore molte aziende riducono i budget promozionali e rispolverano vecchi sketch prendendo a piene mani da carosello.
Il mondo pubblicitario si divide in due da una parte gli innovatori che iniziano quindi a cercare nuovi spunti e a cercare la figura del creativo per creare spot ad alto impatto visivo ed emozionale e colore che invece guardano al passato.
Si da sempre più spazio ai settori emergenti e meno ai beni di largo consumo, questo perché i prodotti hanno costantemente meno da mostrare e devono quindi trovare nuovi agganci in un mondo, dove la comunicazione è in continua evoluzione.
Il modo di fare pubblicità cambia radicalmente il prodotto è messo in secondo piano si punta sulle persone, sui sentimenti e sulle emozioni che possono essere suscitate nel consumatore ipotetico, il pubblico viene portato a riflettersi in un brand e a sceglierlo per affinità personale.
Con l’avvento delle nuove tecnologie la pubblicità cambia nuovamente, infatti, nel mondo del web 2.0 la comunicazione via internet la fa da padrone. Tutti ormai hanno un profilo Facebook, Instagram o Twitter (per citarne alcuni..), tramite i social network quindi le grandi società hanno la possibilità di dialogare direttamente con il consumatore.
Le aziende, grandi e piccole, hanno dovuto cambiare il modo di fare pubblicità da un momento all’altro: con l’arrivo dei social media hanno dovuto aprire le porte a questo nuovo mondo. 

 

 

Se un tempo un’attività commerciale voleva sponsorizzarsi e farsi conoscere dal pubblico aveva poche opzioni: mettere annunci in giro per le città, sui giornali, oppure affidarsi ai call center riuscendo a raggiungere una serie limitata di persone per volta, ora si trova invece davanti a una serie infinita di mezzi che permettono una connessione pressoché illimitata.
Nel 2018, infatti, una campagna pubblicitaria per farsi sentire ha bisogno di colpire il pubblico, essere diretta ed arrivare all’occhio di chi realmente ne è interessato. Ad oggi si è venuto a creare un vero e proprio genere di pubblicità-spettacolo che vede la creazione di una strategia pianificata e fortemente pensata che riesca a raggiungere più persone possibili. 
Sia via web, che via televisione, radio o tramite cartelloni pubblicitari le migliori aziende puntano su un tipo di pubblicità che coinvolga ogni canale possibile cercando di vendere non solo un prodotto ma una storia. 
Prendendo le parole di Alessandro Orlandi, (che ha realizzato lo spot della Buondì Motta)  «Le marche ormai non “sono” più nemmeno delle aziende, ma delle persone, quelle che sono anche i consumatori ma che, soprattutto, scelgono di farle diventare parte della loro vita partecipando agli stimoli che un brand è in grado di suggerire loro. Quando questo succede, il “tone of voice” proposto diventa un linguaggio nuovo, un “meme” con cui esprimere i propri pensieri su argomenti più o meno seri, dalla politica al calcio. E questo succede solo se si riescono a far saltare le regole: che, lato agenzia, significa proprio mettere in discussione, in questo caso, la “retorica” del mezzo televisivo e della pubblicità che per lo più veicola, come nei due spot per Buondì già apparsi, nei quali, come si vede, saltano anche certe regole del marketing, con metà del secondaggio in cui il prodotto non c’è e l’altra metà in cui appare solo quello». 
Alessandro Orlandi ha piegato le regole del marketing ed ha ottenuto un notevole successo, ha fatto si che la determinazione infrangesse del tutto i rigidi schemi della pubblicità.
Ha creato un nuovo modello, è partito dalla classica famiglia felice citata in tanti spot degli anni ’90 per poi interrompere l’idillio con un colpo di scena, mantenendo però in parte il gioco della storia che continua pubblicità dopo pubblicità facendo si che lo spettatore sia in attesa del finale.
La comunicazione inizia a dare grande rilievo alle emozioni, alle storie che non sono però semplici filmini stile Carosello ma storie articolate che si sviluppano e lasciano aperte più possibilità in modo tale da sondare anche la reazione del consumatore e poter cambiare il tiro anche in corso d’opera.
Il consumatore diventa quindi parte integrante della comunicazione che si gioca sulle emozioni, non ci si ferma più al prodotto migliore ma a quello che ci tocca dentro che scatena un’emozione, un sentimento.
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